IL BOBBER DI MAVERICK: ‘FAT BOY’ FILOSOFIA “THE GARAGE”.

Maggio 28, 2026

Prendi un pilota di linea, una Fat Boy del '96 e un’officina che odia le moto da salotto. Nasce il Bobber di Maverick: puro carattere Evolution, fatto per divorare l'asfalto e macinare chilometri veri.

Esistono le ‘show bike’ figlie dell’iperuranio delle perversioni biker e poi esiste la filosofia di “The Garage”, l’Officina di Cartigliano in provincia di Vicenza, dove si applica una scuola di pensiero  rigorosa:

“A noi piacciono le moto. 

A noi piacciono le special. 

Non quelle che devi tenere in salotto, ma quelle che 

Macinano Kilometri, quelle che nonostante la trasformazione 

Corrono su strada, belle, performanti, sicure. 

Gli esercizi di stile non fanno per noi… 

…A noi piacciono le moto vere.”

Cosa potrà mai succedere quando un’Officina con le idee così chiare, incontra Giulio, pilota di linea, abituato a regimi di giri ben più affilati, di quelli dei nostri ben amati bicilindrici?

Il risultato è una special che incarna perfettamente la loro filosofia. L’abbiamo incontrato per farci raccontare la storia di questa moto pazzesca, che da classica ‘Fat Boy’ ha trovato una seconda vita in perfetto stile ‘bobber’.

Come nasce l’idea di questa Harley pazzesca?

Dopo il mio Chopper su base ‘Sportster’, desideravo cimentarmi con un progetto più classico, su base ‘Softail’. Volevo dare alla mia ‘Fat Boy’ un carattere personale, senza stravolgerla. Con i ragazzi di “The Garage” abbiamo deciso di cimentarci nello stile ‘bobber’. Le modifiche sono state importanti, ma nonostante tutto, la moto resta sempre convertibile alla versione originale. Non c’è nulla di permanente o che possa andare ad inficiare l’efficienza del mezzo, solo adattamenti di stile che l’hanno portata a diventare la moto che vedi nelle fotografie.

Che storia ha la ‘Fat Boy’ di partenza?

È stata un’occasione colta al volo. Una ‘Fat Boy’ del 1996, un classico sano e ben mantenuto, che però aspettava una seconda vita e un carattere più deciso. Era una moto seguita da sempre dall’officina, regolarmente manutenuta negli anni dal proprietario senza badare a spese. Sono riuscito ad accaparrarmela per un buon prezzo. Da quel blocco storico e solido siamo partiti con la trasformazione.

A livello ciclistico come avete lavorato?

All’anteriore troviamo un assetto della Hyperpro, per ribassare la moto in piena filosofia ‘bobber’. Conseguentemente abbiamo riservato il medesimo trattamento anche alle sospensioni posteriori. È stata una scelta dettata anche dalla necessità di risolvere un problema: al posteriore, pur in presenza della cinghia originale, con una puleggia più grande, affrontando avvallamenti significativi, sentivo la cinghia sfiorare l’alberino del motore di avviamento. Gli ammortizzatori originali del 1996, in questo, non aiutavano…

Con l’adozione delle nuove sospensioni posteriori è tutto decisamente migliorato: su curve e avvallamenti senti proprio l’ammortizzatore che lavora bene. Altra chicca è stata l’adozione all’anteriore di una pinza a quattro pistoncini. Su strada la moto è assolutamente sicura e godibile, non è una ‘show bike’. Il piacere di guida è tale da avermi fatto decidere di vendere il mio ‘chopper’. Immagina di passare da un ‘chopper’, non rigido ma comunque su base Sportster, ad una moto che è come una poltrona, ma che scende in curva rapida e sicura: non ti fermeresti mai. In questo l’anima Harley aiuta molto: senza dover correre, senza dover osare come faresti con altre moto, hai un piacere di guida che rimane inavvicinabile per le altre moto.

A livello di motore?

La base era già buona, un 1340 Evolution sano, originale e regolarmente manutenuto. Abbiamo adottato un kit camme leggermente più spinto, un kit di potenziamento per il carburatore e uno scarico più prestazionale dedicato. L’adozione del radiatore dell’olio ausiliario è stata una scelta che ben coniugava estetica e maggiore affidabilità. Tieni conto che il modello del 1996 andava già di suo su di giri che è un piacere. Il risultato è un Evolution che arriva serenamente a 170 km/h, senza piantarsi a 130 km/h. Poi la sua velocità fisiologica è quella harleystica: 90/100 km/h.

A livello estetico?

Lasciato l’abito originale a parte, in modo da avere una piena riconvertibilità, senza rovinare un qualcosa che già di suo ha un valore, abbiamo cominciato a lavorare su dei parafanghi aftermarket. L’idea al posteriore era una carrozzeria che calzasse aderente sul pneumatico. L’abbiamo realizzata tagliando longitudinalmente il parafango e risaldando i due semigusci. Il risultato enfatizza la forma panciuta della gomma bobberizzata, che appare più grande di quello che è.

Per la verniciatura, ci siamo affidati a “Nick’s Custom Paint”, che ha lavorato per ottenere una combinazione cromatica dall’aspetto classico/retrò. Le ‘stripes’ bianco panna staccano bene dal nero del parafango e hanno una tonalità che riprende la borsa in cuoio dallo stile ‘western’.

Poi la borsa in sé ha una sua storia particolare: è stata realizzata da un artigiano con qualità eccelsa e adattata alla struttura della moto. Non abbiamo appeso semplicemente una borsa alla moto, Eros di “The Garage” ha realizzato una staffa dedicata che sostiene adeguatamente la borsa, evitando che la stessa risulti floscia o appesa sciattamente. È un sistema poco impattante visivamente e di facile rimozione, ma che garantisce un effetto ottico per cui la borsa appare perfettamente appesa, perpendicolare e all’altezza giusta.

Il faro supplementare poi è in perfetto stile auto della polizia americana. Lo avrei messo blu, ma non si può per legge. Al posto di collocarlo sul paramotore, lo abbiamo ancorato allo stelo della sospensione anteriore: il risultato è un faro adattivo, che segue la strada, dal look classico. Il paramotore infine, nero e basso, mi dava dei dubbi, ma visto montato ci sta un gran bene: abbellisce e garantisce una protezione da piccoli impatti.

Che storia ha il logo sul carter?

È quasi un tatuaggio sul corpo della moto, l’ho disegnato personalmente. L’idea era di coniugare il logo dell’Officina “The Garage” con l’elica dell’aviatore, simbolo della mia vita da pilota.

Cosa ti piace di più di Lei?

La guidabilità. È una moto vera, che viaggia, conformemente alla filosofia “The Garage”.

Cosa cambieresti ancora?

Forse un ulteriore leggero potenziamento del motore, non perché si renda necessario, la moto va benissimo anche a livello di accelerazione… È una mia fissa, ovviamente senza mai perdere in sicurezza.

Alle volte si dice che l’harleysta, non è nemmeno un motociclista. Perché viaggia su due ruote, ma vive in un mondo a sé. Tu come la vedi?

Sono pienamente d’accordo. Quello che ti dà questo tipo di moto su strada, non è la semplice sensazione di ‘una moto su strada’, sei in un altro mondo. Un mondo parallelo, dove il sound, il modo in cui si comporta, tanti fattori ulteriori rendono piacevole la guida. Il tutto pur non avendo le caratteristiche delle moto moderne. In queste moto, la parte ‘old’ è più affascinante di quella moderna. L’Harley-Davidson ha creato uno stile e deve guidare il mercato, mantenendo quello stile. Addolcire la sua natura per uniformarsi a quanto fanno altri brand, può solo portare ad una perdita di appeal per la Casa.

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