“Nel 1991 si è avverato il mio più grande desiderio: ordinare una Harley-Davidson 883, quella che sarebbe diventata molto più di una moto… la mia compagna di vita e di viaggio. La concessionaria HD di Savona, capitanata da Rino, fu partecipe della mia gioia. L’attesa di un anno rese ancora più unico il momento in cui finalmente mi fu consegnata. Davanti a me c’era il bicilindrico che avrebbe vibrato sotto di me per tre decenni, trasformando ogni viaggio in un’esperienza irripetibile. Avevo poco più di vent’anni e il mondo da scoprire. Ho attraversato laghi, colline, passi alpini, raduni internazionali, capitali europee, strade assolate e deserti remoti, sempre all’insegna della libertà, della spensieratezza e di un orgoglio profondo: ero lì, da sola, a cavallo della mia 883, pronta a tutto.
Sono stata parte del gruppo bikers Key Brothers – ricordo Hylander e quell’energia invincibile che ci univa. Affrontavamo i lunghi inverni, le notti gelide, la pioggia e la nebbia, bardati con strati su strati di abbigliamento e l’immancabile quotidiano infilato sotto il giubbotto. Era la nostra corazza, il nostro rituale. Con la 883 sono cresciuta, sono diventata donna e madre. Ho portato le mie figlie in sella fin dai tempi dell’asilo. All’inizio mi dicevano: “Mamma, non arrivare fino davanti alla scuola… nessun altro arriva con il casco!”, ma poi, crescendo, se ne sono innamorate e ne sono diventate fiere. La moto non era solo mia, era parte della nostra storia familiare.
Tutto è cambiato l’11 luglio 2024. L’ultima vibrazione che accompagna ogni mia giornata, poi arriva lui, un pirata della strada, prepotente e senza rispetto per chi sta su due ruote, e ha infranto ogni certezza. Ha spezzato la mia serenità e mi ha costretto a provare il vuoto… quel vuoto pieno di paura e resistenza emotiva, dolore fisico, fare i conti con il domani che non prospetta nulla di nuovo da ciò che ho superato nella giornata appena vissuta. Questo non è vivere come ho scelto e tu ne sei responsabile. Il mio corpo si è spezzato, la mia 883 storica è stata gravemente danneggiata. Mai avrei immaginato che avrei sofferto così tanto… con lei, per lei, dopo trent’anni insieme.
Sto imparando a mettere da parte odio, rabbia, frustrazione, solitudine, incertezza, spavento, la perdita di un’immagine di me che non riflette la stessa luce. Un simbolo alato mi ha vegliato, e oggi so che quell’Harley non era solo leggenda americana: era anche la mia storia vissuta. Ho imparato a convivere con il dolore, non solo fisico, e a guardare avanti.
E così, è iniziata una nuova rinascita. La mia nuova 883 “Sterrato”, realizzata grazie all’ambizioso progetto di Santafox, mio compagno nella vita che crede e desidera per me un nuovo inizio. Non è solo una moto: è una dichiarazione di resilienza, una trasformazione fatta con passione, rispetto e maestria artigianale. Non vedo l’ora di vederla completa. Di risalire in sella. Di continuare il mio viaggio come Little Eagle. Let’s ride.”
A cura di Sonia e Carlo (Santafox)


Come sono solito spesso scrivere su queste pagine (e lo scrivo perché ne sono sinceramente convinto), la vita alle volte è una questione di “Sliding Doors”. Un mix di scelte casuali che danno luogo a intrecci inaspettati, che spesso ti dirottano verso mete non previste o pianificate.

E’ stato così anche questa volta. Il costruttore di moto Carlo in arte ‘Santafox’ segue il blog di “DueCilindri” e decide per la prima volta di partecipare ad un’adunata di Paolo e Davide. Io ero stato diligentemente convocato per lo “Sporty Run 2026”, proprio dove la “Sterrato” di Sonia compiva il suo primo viaggio inaugurale. Lì ho trovato questo scritto che vi ho appena riportato, lasciato da Carlo a mo’ di presentazione sul cupolino della ex “Little Eagle”. Da qui la storia ed una intervista da raccontare.
Ciao Carlo, oggi vogliamo ripercorrere la storia della tua ultima creazione, la “Sterrato”. Un progetto che porta con sé un significato profondo, indissolubilmente legato alla tua compagna, Sonia. Ci racconti com’è nata questa idea e come si è trasformata in un simbolo di resilienza per entrambi?

Io e Sonia condividiamo la passione per le moto da una vita. Ci siamo conosciuti negli anni ’90, a vent’anni, militando nello stesso gruppo di motociclisti, i Key Brothers, macinando chilometri tra Lombardia, Piemonte e Liguria. Le nostre strade si sono poi incrociate di nuovo e ormai facciamo coppia fissa da dieci anni, viaggiando sempre fianco a fianco. La “Sterrato”, in origine, era proprio la sua moto: una Harley-Davidson Sportster del 1994. Tutto è tragicamente cambiato l’11 luglio del 2024, quando Sonia è rimasta vittima di un gravissimo incidente stradale. Ha riportato fratture multiple e una seria infezione ossea che la costringe, ancora oggi, all’attesa di una protesi. Nell’impatto la moto è andata letteralmente distrutta, non ha avuto nemmeno il tempo di frenare. Si è salvato solo il motore, il telaio l’ho fatto raddrizzare dallo specialista Scardino e ho deciso di ricostruirla da zero, compiendo una magia: trasformandola in una vera e propria moto da Enduro.

Un’Harley trasformata in Enduro è un’operazione decisamente insolita e audace. Come ti è venuta questa intuizione?
Ho la tradizione di costruire una moto “special” all’anno. Essendo io un grande appassionato di fuoristrada, volevo realizzare una moto da cross fuori dagli schemi, qualcosa che non si vede tutti i giorni. Sono partito dall’avantreno: forcelle di un KTM 250 dell’87, cerchi blu di una Yamaha da cross e telaio riverniciato di conseguenza. Una combinazione audace che sposta radicalmente il baricentro e l’attitudine della moto, rendendola agile come una moto da cross ma con il cuore di una Harley. Poi ho scovato un vecchio serbatoio in fibra di vetro di un Puch degli anni ’70; l’ho restaurato e riadattato per stravolgere la silhouette originale. Volevo un look “factory”, che la facesse sembrare uscita di fabbrica esattamente con quelle fattezze.
A livello strutturale, qual è stata la sfida più complessa che hai dovuto affrontare in garage?

Senza dubbio la parte posteriore. Ho preso una decisione drastica, per snellire la moto, non avrei tagliato i longheroni posteriori del telaio. Ho progettato un sistema su misura di borse laterali a sgancio rapido, che avvolgono perfettamente il codone posteriore, rendendolo comunque armonico senza modifiche strutturali. In questo modo volendo, mi basterebbe montare codino, forcelle e poco altro per riportare la Sterrato in poche ore a Sportster di serie. Poi chicca, ho montato sempre al posteriore gli ammortizzatori Bitubo adottati di serie dalla KTM per la sua 250 da enduro del 1986.
Un altro scoglio importante è stata la trasmissione: ho dovuto convertire la classica cinghia Harley in una trasmissione a catena. Un lavoro ingegneristico impegnativo, ma grazie all’aiuto di due amici esperti, Giampiero Romano e Andrea Barra, siamo riusciti ad adattare corona e pignone. Pensa che ho fatto tutto questo lavorando di notte, saldando e montando nel mio garage dopo dodici ore di turno in spiaggia.

E per quanto riguarda il cuore della moto, il motore? Hai fatto interventi particolari?
Assolutamente no, il motore dello Sportster è un’icona intoccabile. L’ho lasciato originale perché è perfetto così com’è. Mi sono limitato a un tagliando completo e meticoloso: cambio olio, filtri, candele e una bella rinfrescata estetica per riportarlo al suo splendore.
Guardando la “Sterrato” oggi, qual è il dettaglio artigianale di cui vai più orgoglioso?
Sicuramente la sella. In una special, la sella è cruciale perché definisce l’intera linea. Ho costruito io la base in ferro e l’ho affidata a un artigiano eccezionale, Dario Borsati, che ha realizzato una seduta perfetta, in totale armonia con il serbatoio. Sono molto fiero anche della zona frontale: il coprifaro è di mia progettazione, l’ho fatto poi realizzare da un grafico in stampa 3D; ho costruito poi una scatolina artigianale posizionata dietro il faro per nascondere tutto l’impianto elettrico e mantenere una linea estremamente pulita e filante.
Hai già avuto modo di testarla nella polvere del fuoristrada? E ci sono già nuovi progetti in cantiere?
A dirti la sincera verità, il varo stradale della “Sterrato” è stato la partecipazione allo Sporty Run 2026. Prima solo qualche chilometro, tra le curve di Piemonte e Liguria, per rodaggio e per assicurarmi che ciclistica e meccanica funzionassero a dovere. Il vero battesimo dello sterrato sarà lungo “La Via del Sale”. Intanto, siccome non riesco a stare con le mani in mano, ho già sul banco un nuovo progetto: sto trasformando una Cagiva Ala Rossa 350 del 1984 in stile “Flat Track”.
Un’ultima domanda, Carlo. Cosa ti ha lasciato, dal punto di vista umano, tutta questa esperienza?
Mi ha lasciato addosso tanto dolore per la sofferenza che Sonia sta affrontando. Ma, allo stesso tempo, è stata un’immensa conferma della forza della nostra coppia. Chiudermi in garage a costruire, progettare e lavorare su questa moto è stato il mio modo per starle vicino in un momento così buio. Il mio desiderio più grande, ora, è solo uno: poter tornare presto a viaggiare in moto insieme a lei.
La storia della Sterrato non è solo una storia di meccanica e bulloni, è la testimonianza tangibile di come la passione possa trasformare il dolore in una nuova forma di libertà. Buon viaggio, Little Eagle. Grazie davvero, Carlo, per aver condiviso questa bellissima ed emozionante storia. Buona Strada.
Grazie a te Claudio, è stato un vero piacere. Un saluto a tutti i lettori e un abbraccio a Paolo di “DueCilindri”!

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